Deterritorializzazione trumpiana

Deterritorializzazione trumpiana

23 Marzo 2025 1 di Makovec

È di qualche mese fa la proposta di Trump di deportazione dei palestinesi dalla Striscia di Gaza. Abbiamo potuto ascoltare tutti più e più volte la proposta di trasformare Gaza nella Costa azzurra del Medio Oriente. Un luogo bello, soleggiato, dove fare il bagno, dove tutte le macerie della guerra non esisteranno più, dove tutta la sofferenza di un posto che oggi è brutto, sarebbe spazzata via. La fine della guerra, secondo Trump, sarebbe una soluzione immobiliare, dove si possa far dimenticare al mondo gli orrori della guerra, le persone arse vive, le macerie, i bambini e le bambine che hanno subito amputazioni, migrazione e via discorrendo. Cosa ci sarebbe di meglio, dunque, di una colata di cemento per nascondere gli scheletri della coscienza sporca del governo israeliano? Ma se ci fermassimo solo a questa domanda non riusciremmo a comprendere, a mio parere, che la proposta di Trump non è campata per aria ma riflette una precisa logica che corre e corrode anche in altre parti del mondo e nelle nostre città. Quella linea di pensiero ultracapitalista che potremmo chiamare deterritorializzazione. Utilizzato già da Deleuze e Guattari nella loro opera Millepiani, la deterritorializzazione si costituisce per una perdita di rilevanza del territorio, delle relazioni e delle storie che si costituiscono all’interno della relazione fra esseri umani e luoghi in cui abitano. Un territorio, infatti, non è semplicemente un posto dove una persona nasce, ma è una dinamica di relazioni stratificate e complesse che caratterizzano un luogo e che danno forma ad un luogo. Parlare di territorio, allora, significa sempre raccontare la relazione storica e culturale di un popolo che da anni è presente in quei luoghi. Tranciare questo rapporto significa, dunque, tranciare non solo un legame ma influire prepotentemente sugli esseri umani stessi. La deterritorializzazione trumpiana, allora, altro non è che il sintomo più evidente di un potere che si vuole esercitare sulle persone sradicandole dal riconoscersi come popolo, dall’essere una comunità che ha dato forma ad un territorio. Lo sterminio del popolo palestinese, come di ogni popolo, va di pari passo con una deterritorializzazione, con una perdita di territori che significa non solo appropriazione da parte di altre popolazioni, ma rottura della realtà storica, delle dinamiche culturali, delle relazioni che quel popolo ha costituito con lo spazio abitato. Ecco perché già dal 1948 il simbolo delle proteste palestinesi è la chiave, simbolo della determinazione dei palestinesi a tornare nei territori da cui sono stati espulsi da Israele. Deterritorializzazione che svela il profondo legame fra guerra e capitalismo, fra perdita del senso di territori in favore dei flussi commerciali, impalpabili, invisibili, devastanti anche per le nostre città.