Scrivere il perdono

Scrivere il perdono

5 Aprile 2025 0 di Makovec

Is 43,16-21; Sal 125; Fil 3,8-14; Gv 8,1-11

In un suo libretto dal titolo Scrivere il perdono, Luciano Manicardi riflette sul vangelo che abbiamo ascoltato in questa domenica di Gesù dinanzi alla donna adultera. Dopo una accurata esegesi, Manicardi afferma:

A un certo punto, il continuare a comportarsi come se il passato fosse sempre attuale impedisce di vivere il presente. Chi fa così rischia di porsi sempre come vittima nei rapporti con gli altri sotto il segno della recriminazione o della pretesa. Insomma, viene il momento dell’adesione alla realtà e della rinuncia al rimuginare il passato dandogli un presente sempre rinnovato. Il perdono ci consente di vivere l’oggi perché apre il nostro futuro. Il perdono interviene sul tempo dischiudendo orizzonti di vivibilità là dove erano sbarrati. Il perdono è un atto di grazia che ridà senso e respiro ai nostri giorni. Il perdono fa passare dalla morte alla vita. Il perdono è esperienza di resurrezione”.

Perdonare, spesso, viene associato semplicemente ad un togliere qualcosa dall’altro o ad un chiedere scusa o, peggio ad un fare finta che non sia successo nulla. Molte volte intendiamo il perdono come una semplice ricucitura di una ferita, quando esso è molto più complesso e richiede un cammino molto più faticoso. Infatti, come sottolinea Manicardi, perdonare significa tornare a vivere. Non far vivere le altre persone o coloro che ci hanno fatto un torto, in prima istanza. Prima di tutto significa tornare a vivere noi stessi, tornare a far vivere la nostra stessa vita, ormai troppo agganciata al passato. Nella Liturgia della Parola di oggi c’è sempre un rimando all’oblio del passato, a dimenticare ciò che è stato. Non per far finta di nulla, ma perché quel passato diviene una zavorra estremamente pesante da portare. I torti subiti, quando ci rimangono addosso, rischiano di trasformarsi in pesi che ci impantanano nella vita, fino a farci affogare. In questo senso, Isaia richiama l’esperienza dell’Egitto come esperienza di liberazione, in cui Dio apre una strada attraverso il mare. E quel Dio che ha aperto una strada in mezzo al mare è lo stesso Dio che ora apre una strada nel deserto, che apre un sentiero fatto anche di fiumi e di vita nuova annunciando: Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Rimanere incagliati al passato e nel passato, ai torti subiti e al rancore provato non fa vivere bene noi, ci riduce e conduce ad una esperienza di morte prima di ogni morte. Invece, accorgersi che c’è qualcosa di nuovo, accorgersi che da quel passato è germogliata una realtà nuova è ciò che ci fa fare i conti non solo con il futuro ma con il dono del presente, con il presente del presente. È questa l’esperienza che fa Paolo e che gli permette di correre dietro al Signore, che gli ha permesso di raccogliere se stesso e di die che Gesù è il suo tutto. Non ho certo raggiunto la mèta, non sono arrivato alla perfezione; ma mi sforzo di correre per conquistarla, perché anch’io sono stato conquistato da Cristo Gesù. Fratelli, io non ritengo ancora di averla conquistata. So soltanto questo: dimenticando ciò che mi sta alle spalle e proteso verso ciò che mi sta di fronte, corro verso la mèta, al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù. Da una parte Isaia ci ha richiamati all’impantanamento nel passato, all’essere sommersi nel nostro eroismo di chi non fa mai un passo in avanti perché troppo carico di sé, dall’altra Paolo che dimenticando il passato, alleggerendosi di tutto ciò che non serve ecco che corre verso il futuro, pro-teso verso il Cristo. Ma per fare questo occorre riconoscere che siamo conquistati da Cristo, occorre riconoscere l’aver vissuto una esperienza bella, autentica, avvolgente del Signore. Occorre, insomma, ricordarci che questo Gesù ci piace, che questo Gesù ha tanta passione per l’umano, per la nostra umanità fragile e imperfetta, per la nostra umanità che non ha ancora raggiunto la mèta ma ancora si sforza per raggiungerla. In quest’ottica, allora riconosciamo il perdono nella relazione fra Cristo e la donna, ma anche il perdono che Gesù scrive per terra, anche per i farisei e gli scribi. Uomini che giudicano una donna impantanati nel passato che diviene condanna. Quella stessa Legge che era alleanza fra Dio e il popolo dopo la liberazione dall’Egitto diviene una condanna, un peso antiquato che si rende visibile nella pesantezza delle pietre che sono già a disposizione. Una donna in flagrante adulterio che la Legge ordinava di lapidare anche con il maschio che, guarda caso, non troviamo presente. Una donna che non si può difendere e una donna che non ha bisogno di essere difesa dallo sguardo di Gesù. Infatti, Gesù riporta i farisei non alla legittimità o meno della lapidazione ma alla verità più profonda di loro stessi, ovvero l’essere tutti peccatori, l’essere tutti sulla stessa barca: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». Espressione che utilizziamo anche noi oggi, più o meno coscientemente, per dire che siamo tutti umani, che tutti posiamo sbagliare e solo in quando ci accorgiamo di questo siamo disposti a perdonare. Un perdono che è un dimenticare le cose passate, un Gesù che dice alla donna: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più». L’adulterio come azione è passata, la condanna rischiava di interrompere la vita nel presente indirizzata verso il futuro. Condannare è chiusura verso il futuro, interruzione della vita, non solo altrui ma anche nostra, abbassamento della bellezza e del piacere del vivere. Lì dove il perdono ci richiama ad un affermare che grandi cose ha fatto il Signore per noi: eravamo pieni di gioia.